Intelligenza artificiale per copywriter: scrivania con laptop e taccuino di appunti scritti a mano

Intelligenza artificiale per copywriter: come la uso ogni giorno (e perché non scrivo mai come lei)

Una cliente, qualche tempo fa, mi ha scritto una domanda diretta, di quelle che non lasciano scampo: “Ma questi testi li scrivi tu o li scrive ChatGPT?”. Non l’ha chiesto con sospetto, solo con curiosità vera. Ci ho pensato un attimo, perché la risposta onesta non è un sì o un no, è più complicata, ed è quella che provo a raccontare qui. È una domanda che racchiude bene il tema di questo articolo: cosa significa oggi l’intelligenza artificiale per copywriter come me, nella pratica di tutti i giorni.

 

Quello che le lascio fare senza pensarci troppo

Uso ChatGPT, Claude, Perplexity e Gemini praticamente ogni giorno, ma non tutti per la stessa cosa, e soprattutto non per scrivere al posto mio. La ricerca iniziale è quella che ne guadagna di più: quando devo scrivere per un settore che non conosco a fondo, invece di perdere un’ora tra dieci schede aperte chiedo a Perplexity di darmi un quadro con le fonti, che poi controllo io una per una. Gemini lo tengo aperto soprattutto quando lavoro dentro Google Docs con un cliente, perché essendo integrato lì mi evita di saltare continuamente da una finestra all’altra, piccola cosa, ma quando lavori a progetto conta.

C’è poi il momento in cui il foglio è bianco e serve solo rompere il ghiaccio. Prima di scrivere un articolo, butto giù a voce alta, a volte parlo davvero e trascrivo, cosa voglio dire, e chiedo a Claude una scaletta grezza o due o tre modi diversi di aprire il primo paragrafo. Non uso quasi mai quello che mi propone così com’è: ne scarto la maggior parte e riscrivo il resto a modo mio. Ma partire da un foglio con già qualcosa sopra, anche imperfetto, mi fa risparmiare l’energia che altrimenti spenderei solo per iniziare.

C’è anche una parte più tecnica, che riguarda la SEO e sempre più la GEO: chiedo un controllo su una struttura di titoli, per capire se risponde davvero alle domande che le persone (o i modelli linguistici) si fanno su un argomento. Ma è un controllo, appunto, non è scrittura.

Quello che non le lascio fare, mai

Il tono di voce di un cliente non glielo do in pasto a nessun prompt, perché non è un’informazione che si trasferisce così. È qualcosa che assorbo leggendo mail vecchie, ascoltando come un’azienda parla davvero di sé, notando le parole che sceglie e quelle che evita apposta. Un modello linguistico può imitare uno stile se glielo descrivi bene, ma non sa quando un cliente preferisce sembrare più sobrio di quanto sia in realtà. Quella lettura tra le righe resta compito mio.

Neanche la verifica dei fatti gliela lascio fare. Ogni numero, ogni riferimento tecnico che finisce in un testo lo controllo alla fonte, sempre, perché questi strumenti possono essere estremamente convincenti anche quando sbagliano, e la responsabilità di quello che pubblico resta comunque mia.

E poi c’è una cosa che nessuno strumento può decidere al posto mio: cosa vale davvero la pena dire. Un buon testo nasce anche da quello che scelgo di tagliare, l’argomento che sembra interessante ma distrae dal punto, il tecnicismo che chi legge non ha bisogno di sapere. Per scegliere cosa togliere devi conoscere il contesto vero di chi scrive, non solo l’argomento sulla carta.

Il timore più comune, e cosa dice davvero Google

Molti colleghi copywriter, e altrettanti clienti, hanno lo stesso dubbio: usare l’intelligenza artificiale nella scrittura penalizza il posizionamento su Google? La risposta ufficiale è più tranquillizzante di quanto si pensi. Google dice esplicitamente che l’uso di strumenti generativi non è di per sé un problema, e che la valutazione si concentra su accuratezza, qualità e utilità del contenuto per chi legge, indipendentemente da come è stato scritto (fonte: Google Search Central). Il problema, per loro, è tutt’altro: pubblicare in massa pagine fatte con poco sforzo e poco valore aggiunto, generate dall’AI o no. Non è lo strumento a fare la differenza. È quanto lavoro umano, verifica, editing, giudizio, c’è dietro.

Come funziona, in pratica

Un progetto tipico parte quasi sempre da una raccolta di informazioni, dove l’AI mi aiuta a orientarmi in fretta su un argomento nuovo. Poi c’è la scrittura vera, che faccio io, magari aiutata da una scaletta o da un primo tentativo che riscrivo quasi per intero. E infine la parte più lenta, quella che non si può delegare: rileggere a voce alta, per sentire se il ritmo suona naturale, e confrontare con quello che il cliente mi ha detto davvero nelle call, che quasi mai coincide parola per parola con quello che scriverebbe un modello linguistico. È lì che si sente la differenza tra un testo scritto con l’AI e un testo scritto dall’AI.

Cosa penso, alla fine

Non credo che l’intelligenza artificiale renda il lavoro di copywriter meno necessario. Penso che l’abbia trasformato in un lavoro più di editing e di giudizio che di sola produzione: oggi chiunque può generare un testo plausibile in pochi secondi, ma decidere se quel testo è quello giusto per quel cliente, in quel momento, con quel tono, quello resta un mestiere, non un prompt. Ed è, onestamente, la parte che continuo a preferire.


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