GEO Generative Engine Optimization, ottimizzazione per i motori di ricerca AI

GEO: la parola che ho sentito ripetere troppe volte per continuare a ignorarla

Cos’è la GEO, in due parole

Il motivo ha un nome preciso: GEO Generative Engine Optimization, la disciplina che si occupa di come i sistemi di intelligenza artificiale scelgono cosa citare quando rispondono a una domanda. Ho iniziato a interessarmene sul serio qualche settimana fa, quando una cliente mi ha scritto una cosa che mi è rimasta in testa: “Ho chiesto a ChatGPT chi fossero i migliori fornitori nel mio settore, e noi non siamo usciti”. Non stava parlando di Google. Stava parlando di una conversazione con un’intelligenza artificiale, la stessa che oggi tantissime persone usano al posto di una ricerca classica quando devono scegliere un prodotto, un servizio, un professionista.

Da lì ho iniziato a informarmi seriamente su un termine che fino a poco tempo prima trattavo come una moda passeggera. E più leggevo, più mi convincevo che non lo è. È il modo in cui, tra qualche anno, buona parte delle persone troverà — o non troverà — le aziende per cui scrivo.

Perché scrivere per Google non basta più

Il SEO classico insegna a competere per un posto tra dieci risultati. La GEO cambia completamente le regole: un modello linguistico, quando risponde a una domanda, di solito cita solo una manciata di fonti, a volte due o tre. Non c’è una classifica lunga da scalare: c’è un piccolo gruppo di contenuti che vengono scelti, e tutti gli altri restano fuori dalla conversazione.

Per un’azienda significa una cosa scomoda ma reale: si può anche essere primi su Google e restare completamente invisibili quando qualcuno chiede la stessa cosa a ChatGPT o a Perplexity.

Cosa cambia, davvero, nella scrittura

Con i clienti con cui lavoro ho iniziato a modificare alcune abitudini. Provo a rispondere alla domanda del lettore fin dalle prime righe di ogni sezione, senza girarci troppo intorno: un modello linguistico legge un testo per estrarne la parte utile, e se quella parte è sepolta in mezzo a un paragrafo lungo rischia di non essere mai presa. Curo di più i titoli e la struttura, perché un contenuto disordinato è difficile da “capire” tanto per un lettore umano quanto per un’AI.

Ho anche iniziato a suggerire, dove ha senso, una sezione di domande frequenti in fondo alla pagina: non perché sia di moda, ma perché è spesso la parte che un modello linguistico legge più volentieri quando deve dare una risposta secca a una domanda specifica. E ho imparato a guardare oltre il sito del cliente: le intelligenze artificiali generative tendono a fidarsi di più di quello che altri dicono su un’azienda — recensioni, articoli terzi, menzioni di settore — che di quello che l’azienda scrive di sé stessa. Una parte del lavoro, oggi, è anche costruire quella reputazione fuori dal sito, non solo dentro.

C’è anche una parte più tecnica, che riguarda meno la scrittura e più la struttura del sito — dati strutturati, un file robots.txt che non blocchi i crawler delle AI, contenuti aggiornati nel tempo invece che pubblicati e dimenticati — ma è un discorso da affrontare insieme a chi si occupa della parte tecnica del sito, non da copywriter.

Quello che non cambia

Con tutto questo, resto convinta di una cosa: un testo scritto male, confuso o senza un punto di vista non funziona lo stesso, che lo legga una persona o un algoritmo. La GEO non è una scorciatoia né un trucco tecnico da applicare sopra un contenuto mediocre. È solo un motivo in più per fare bene quello che un buon copywriter dovrebbe già fare: capire davvero l’argomento di cui scrive, e scriverne in modo chiaro, utile, riconoscibile.

Cambia il destinatario — non più solo chi legge, ma anche chi “riassume” per chi legge — ma il mestiere, alla base, resta lo stesso. Ed è anche per questo che continuo a pensare che il valore di un copywriter, oggi, non stia nello scegliere tra scrivere per Google o scrivere per l’intelligenza artificiale, ma nel saper fare entrambe le cose senza che il lettore, umano o no, se ne accorga.