Velocizzare il sito wordpress: scrivania con laptop e sito in caricamento

33 secondi per caricarsi: cosa ho scoperto controllando la velocità del mio sito

C’è una frase che ripeto spesso ai miei clienti, quasi in automatico: controllate la velocità del vostro sito, perché su mobile le persone se ne vanno prima ancora di leggervi. L’ho scritta in decine di preventivi, l’ho spiegata in call, l’ho messa nero su bianco in report che non ho mai applicato a me stessa. Poi, un pomeriggio di fine agosto, ho deciso di velocizzare il sito wordpress di Copycabana e fare, su me stessa, quello che chiedo di fare a chiunque altro.

Ho aperto PageSpeed Insights, ho incollato il mio indirizzo, e ho aspettato il risultato con la stessa disinvoltura con cui lo farei per un cliente qualunque. Il numero che è comparso non me lo aspettavo: 33,7 secondi. Su smartphone, il mio sito impiegava più di mezzo minuto a mostrare il contenuto principale della pagina.

Il numero che fa la differenza: cos’è davvero l’LCP

Quel dato si chiama LCP, Largest Contentful Paint: il tempo che il browser impiega a disegnare l’elemento più grande e visibile della pagina, di solito l’immagine di apertura o il titolo principale. Google lo considera “buono” entro 2,5 secondi (fonte: web.dev). Io ero a più di tredici volte quella soglia, e non su un dettaglio qualsiasi: l’LCP è uno dei tre parametri dei Core Web Vitals che Google inserisce esplicitamente tra i segnali che i suoi sistemi di ranking premiano (fonte: Google Search Central). In parole povere: un sito lento non è solo scomodo da usare, è anche un sito che Google fa più fatica a valutare bene.

La prima cosa che ho pensato è stata: sarà l’immagine dell’header. Nello screenshot che stavo guardando c’era un indicatore “1/6” che avevo scambiato per uno slider di sei immagini in sequenza, il classico peso morto di tante homepage. Ho controllato meglio: l’immagine hero era una sola, quel numero indicava altro. Primo indizio sbagliato, corretto sul campo. È stato il primo di una serie di piccoli errori di diagnosi che, messi insieme, mi hanno insegnato più di qualsiasi guida teorica.

Le immagini erano comunque un problema, solo non quello che pensavo

Anche se non c’era uno slider, le immagini del sito erano tutte più pesanti del necessario: caricate alla risoluzione originale della fotocamera o dello smartphone, mai ridimensionate per il web, mai convertite in formati più leggeri. Ho attivato ShortPixel, un plugin di compressione immagini per WordPress, impostato per convertire tutto in WebP e ridurre automaticamente le dimensioni massime. Con il volume di immagini accumulato in anni di articoli ho dovuto passare temporaneamente al piano a pagamento per completare l’ottimizzazione in blocco di tutta la libreria media, non solo dei nuovi upload.

Ho poi rimesso mano alla cache con WP Fastest Cache: minificazione di CSS e JS, rimozione del JavaScript che bloccava il rendering iniziale della pagina, caricamento asincrono dei font di Google, lazy load sulle immagini fuori schermo, svuotamento automatico della cache a ogni nuova pubblicazione. Niente di esotico, solo la lista di controllo che consiglio da sempre — applicata, questa volta, al mio sito.

Il risultato del primo giro di test: LCP mobile sceso da 33,7 a 10,1 secondi. Su desktop, da 5,8 a 2,0 secondi, praticamente a ridosso della soglia “buona”. Un miglioramento enorme, ma con una cosa che continuava a non tornare.

Il dato che non si muoveva mai

Ogni volta che rilanciavo il test, un altro parametro, il CLS, Cumulative Layout Shift, che misura quanto la pagina “salta” visivamente durante il caricamento, restava fermo esattamente allo stesso valore, 1,006, identico al centesimo prima e dopo ogni intervento. Le immagini erano più leggere, la cache era più efficiente, eppure quel numero non si spostava di un millimetro. Segno che la causa non erano le immagini.

Ho aperto il pannello di dettaglio di PageSpeed che mostra fotogramma per fotogramma il caricamento della pagina, filtrato sul momento esatto in cui si verifica il problema di stabilità visiva. Nei primi fotogrammi la pagina era vuota. Poi, di colpo, compariva a schermo intero il banner dei cookie di Cookiebot. Non erano le immagini a spostare il layout: era il banner di consenso cookie che appariva e si richiudeva, spingendo tutto il contenuto sotto di sé.

Perché non ho “sistemato” anche quello

Cookiebot offre una modalità che risolverebbe il problema in modo più pulito, caricando gli script in modo asincrono invece che bloccante, ma quella modalità richiede di gestire manualmente, script per script, quali possono partire prima del consenso dell’utente e quali no. È esattamente il tipo di intervento che, se fatto senza la giusta competenza legale e tecnica, rischia di violare le norme sul consenso ai cookie invece di limitarsi a migliorare un numero su un report. Ho deciso di lasciarlo così: un limite noto, documentato, scelto consapevolmente, invece di un problema nascosto sotto un ottimo punteggio. A volte il lavoro serio è anche saper dire “qui mi fermo, e vi spiego perché”.

Dove sono arrivata dopo aver velocizzato il sito wordpress

Il punteggio complessivo di performance è passato da 35 a 39 su mobile e da 41 a 59 su desktop: numeri che raccontano solo una parte della storia, perché il vero cambiamento è nell’esperienza di chi visita il sito da telefono e non aspetta più mezzo minuto prima di vedere qualcosa. Il resto, quel CLS ancora alto per via del banner cookie, resta in lista, in attesa del momento giusto per affrontarlo con gli strumenti (e le competenze legali) adatte.

Il punteggio resta migliorabile, ma la vera differenza si vede nel tempo di caricamento

Cosa mi porto a casa, da copywriter prima ancora che da “tecnica”

La parte più utile di questo esperimento non sono stati i secondi guadagnati, ma il metodo: controllare, non dare per scontato cosa sta rallentando una pagina, e soprattutto non fermarsi al primo numero che migliora se ce n’è un altro che resta immobile. Vale per un sito, e vale altrettanto per i contenuti: la velocità di caricamento è ormai un fattore che i motori di ricerca tradizionali valutano apertamente nel ranking, ed è sempre più anche il terreno su cui si gioca la fiducia che i motori generativi, quelli che rispondono con un testo invece che con una lista di link, assegnano a una fonte prima di citarla o riprenderla in una risposta (il tema è oggetto di studio accademico recente, si veda ad esempio la ricerca “GEO: Generative Engine Optimization” di Princeton, Georgia Tech e Allen Institute for AI). Un sito lento comunica, prima ancora di ogni parola scritta, che dietro non c’è la cura che si racconta nei testi.

Se gestisci un blog o un sito aziendale e non hai mai controllato questi numeri, il consiglio è lo stesso che do sempre: cominciate da lì, prima ancora di scrivere il prossimo articolo. E se vi va di confrontare i risultati o capire da dove partire, scrivetemi pure, è esattamente il tipo di lavoro che faccio ogni giorno per i miei clienti, prima di averlo fatto, tardi, anche per me stessa.


Fonti citate nell’articolo